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Appunti sulla "Guardia di Ferro" Prefazione sulla "Guardia di Ferro" E' impossibile comprendere a fondo lo spirito di Codreanu e le motivazioni che spinsero il "Capitano" a certe affermazioni senza tenere presente la drammatica situazione della Romania negli anni '30. Una ristretta classe di politicanti si arricchiva alle spalle della popolazione, mentre le riforme economiche e sociali venivano rimandate di giorno in giorno. Gli scioperi generali paralizzavano il Paese, che di fatto era al centro di un braccio di ferro tra l'Unione Sovietica di Stalin e la Germania di Hitler. Entrambi i Paesi nutrivano mire espansionistiche in Romania, ma Codreanu e la "Guardia di Ferro" si opposero allo smembramento del Paese. La Romania del primo dopoguerra attraversa un periodo di guerra civile strisciante e di violenze inimmaginabili che trovano conferma nelle persecuzioni che si sono abbattute contro la Guardia di Ferro e nelle parole di Codreanu. Se oggi Codreanu fosse ancora tra noi ribadirebbe sicuramente gli stessi principi di sempre (meritocrazia, amore per la propria terra, fede in una vita ultraterrena, lotta contro ogni tipo di monopolio). Ma i contesti e gli esempi sarebbero diversi. Perchè i programmi politici per il fondatore della Legione sono solo una diretta conseguenza di una "visione della vita" spirituale ed antimaterialista. I problemi e le preoccupazioni di oggi non sono le stesse degli anni 30'. Oggi l'ombra oscura del comunismo è tramontata, ma contemporaneamente sono spuntate nuove minacce ecologiche e culturali: massificazione del pensiero, desertificazione ed innalzamento della temperatura del globo, manipolazione genetica, clonazione umana... Secondo Codreanu la forza della Romania stava in quel passato ricco di tradizione e in quella identità nazionale che affondava le sue origini fino al tempo della conquista romana. Il fondatore della Guardia di Ferro contesta il partito Comunista e le Comunità ebraiche che combattevano per screditare il Nazionalismo e l'idea di una Nazione intesa come un organismo formato da un popolo dotato di una lingua, di una storia e soprattutto di una religione comune. L'idea di disciplina non viene vista come una imposizione dall'alto, ma come un sacrificio spontaneo dell'individuo che rinuncia ad una parte della propria indipendenza per contribuire alla grandezza della Patria. Ecco il vero "volontariato".
“Primi inizi della vita legionaria” (Tratto dalla "Guardia di ferro") Nella fase iniziale quattro erano i nostri elementi cardinali: 1) La fede in Dio. Credevamo tutti in Dio; non c'erano atei in mezzo a noi. Quanto più soli e circondati da nemici eravamo, tanto più il nostro pensiero si elevava a Dio e ai grandi morti della nostra Stirpe. Questa comunione ci dava una forza invincibile e una serenità luminosa di fronte a tutte le avversità. 2) La fede nella nostra missione. Nessuno di noi aveva motivo di prospettarsi la minima speranza di vittoria. Eravamo così pochi, così giovani, così odiati e perseguitati da tutti, che qualsiasi elemento della situazione reale deponeva contro la prospettiva del successo. Eppure andavamo avanti, grazie alla fede nella nostra missione, alla fiducia illimitata nella vitalità della Stirpe e nelle nostre forze. 3) L'amore reciproco. Alcuni camerati si conoscevano già da molto tempo ed erano uniti da forti vincoli spirituali; gli altri invece erano in gran parte allievi e studenti del I o II anno, mai conosciutisi prima. Ma subito si stabilì tra noi un vincolo d'affetto sincero, come se fossimo stati fratelli d'una stessa famiglia o amici d'infanzia. Per resistere occorreva un contrappeso interiore. L'amore reciproco all'interno del cuib doveva avere la medesima intensità e forza di pressione dell'odio all'esterno. Nel cuib la nostra non era una vita fredda e ufficiale, segnata dalle distanze tra capo e semplice militante, da dichiarazioni retoriche e toni di superiorità. Il nostro cuib era una famiglia; in cui regnava un'atmosfera fraterna. Vi si respirava non l'aria di una fredda caserma, ma quella di casa propria; ci si sentiva in famiglia. Al cuib non si veniva soltanto per ricevere ordini: qui si trovava un raggio di affetto fraterno, una parola amica, un'ora di calma spirituale, una parola d'incoraggiamento e d’incitamento, un conforto, un aiuto cameratesco nella disgrazia e nel bisogno. Al legionario non si richiedeva tanto disciplina da caserma, quanto lealtà, fedeltà, abnegazione e laboriosità. 4) Il canto. Noi c'eravamo messi in marcia senza rimuginare in precedenza problemi, senza scervellarci per notti intere su punti programmatici, senza accese discussioni durate ore e ore, senza profonde riflessioni filosofiche, senza riunioni di gruppo etc. Proprio perché avevamo lasciato da parte tutto questo, l'unica possibilità di manifestare il nostro stato interiore era il canto, e cantavamo quei canti che esprimevano appieno i nostri sentimenti, quei canti che ci davano forza. Pe o stinca neagra, il canto di Stefan cel Mare, la cui melodia pare si sia conservata dal tempo suo di generazione in generazione. Si racconta che proprio al suono di questa melodia Stefan entrasse trionfatore nella sua cittadella di Suceava, cinquecento anni fa. Cantandolo, sentivamo rivivere quei tempi di grandezza e gloria romena, risalivamo indietro nella storia di cinquecento anni e vivevamo per alcuni istanti in contatto con gli antichi soldati, gli arcieri di Stefan e con lui stesso. E ancora: Ca un glob de aur, il canto di Mihai Viteazul; il canto di Avram Iancu; Sa sune iarasi goarna, il canto della scuola militare di fanteria del .1917; Sculatzi Romoni, l'infiammato canto composto da Iustin Iliesiu e da Istrati, da noi scelto come inno della Legione etc. Per poter cantare occorre uno stato particolare dell'anima, un armonia interiore. Chi va a rubare non può cantare; nemmeno chi s'accinge a commettere una giustizia e ha l'anima rosa da passioni e odio per il suo camerata oppure priva di fede. Per questo voi, legionari di oggi e di domani, ogni qualvolta avrete bisogno d'orientarvi nello spirito legionario ritornate a queste quattro dimensioni che stanno alla base della nostra vita. E sarà sempre il canto a stabilire il giusto criterio d'orientamento. Se non riuscirete a cantare, siate certi che una malattia consuma la radice del vostro essere spirituale, o che il tempo ha offuscato colla polvere del peccato la purezza della vostra anima. Se non volete purgarvene, se la vostra anima non vuole più cantare, allora siete persi per noi: allora traetevi in disparte lasciando il vostro posto a quelli che possono cantare. Vivendo secondo questi elementi cardinali, cominciammo fin dai primi giorni l'attività. Io nominai i comandanti subalterni, adeguati a ricevere e trasmettere ordini. Non iniziammo l'attività con opere grandiose: risolvevamo i problemi a mano a mano che si presentavano. Pensammo prima di tutto a sistemare la stanza del Camin in cui stava l'icona del Santo Arcangelo Michele. L'imbiancammo da soli e lavammo il pavimento. Le legionarie cucirono le tende, e poi i legionari scrissero numerose massime che avevo tratto dalla Sacra Scrittura o da altri testi. Con queste citazioni adornammo le pareti. Eccone alcune: 'Dio ci porta sul suo carro trionfale'. 'Io sarò il Signore di chi vincerà'. 'Chi non possiede una spada venda la sua veste e si comperi una spada'. 'Combatti con valore per la fede'. 'Guardatevi dai peccati della carne, giacché uccidono l'anima'. 'Siate svegli'. 'Non far mai morire l'eroe dentro di te. 'Fratelli nel bene e nel male'. 'Chi sa morire non sarà mai schiavo'. 'Credo nella risurrezione della mia Stirpe e attendo lo sterminio dei traditori'. Etc. In capo a una settimana la nostra sede era in ordine. Segui una seconda decisione, di natura diversa: riguardava il nostro contegno di fronte agli attacchi esterni. Risolvemmo di non rispondere ad alcuno di questi attacchi. Era difficile, straziante per tutti noi che venivamo fatti a pezzi dalla stampa avversaria (la quale tentava in tutti i modi di distruggerci moralmente), ma quello era il tempo dell'eroismo della pazienza. Un'altra decisione: nessuno doveva cercare di convincere altri a farsi legionario. A me non è mai piaciuto tirar la gente per la manica e andare a caccia di seguaci. Questo sistema risulta assolutamente contrario - e tale è rimasto sino a oggi - allo spirito legionario. Noi non allettiamo nessuno, esponiamo chiaramente il nostro punto di vista, dichiariamo il nostro atteggiamento - e basta. Chi si sente attratto da noi si avvicina. Ma entra nelle nostre file solo se lo accettiamo. Ma chi veniva in realtà? Molte persone spiritualmente affini a noi. Molte?? Pochissime! Dopo un anno, a lasi eravamo due o tre più del primo giorno. Nel resto del Paese invece queste persone s'avvicinavano in gran numero ed entravano nella nostra comunità a mano a mano che venivano a sapere della nostra esistenza. Tutti coloro che venivano da noi possedevano due caratteristiche ben chiare: 1) la lealtà dell'anima; 2) il disinteresse personale. Con noi non c'era nulla da guadagnare, nessuna prospettiva rosea. Tutti dovevano solo dare, offrire, rischiare: anima, beni, vita, amore e fedeltà. E anche quando riusciva a introdursi in mezzo a noi, l'individuo sleale e interessato non poteva rimanerci, non trovando un ambiente adatto; ne usciva automaticamente, dopo un mese, dopo un anno, oppure dopo due, tre anni, ritirandosi, disertando, tradendo. “Il nostro programma” Questa comunità ristretta chiamata cuib formava l'inizio e la prima pietra della Legione e della vita legionaria. Una prima pietra che bisognava porre su terra sana e compatta. Per questo impartii non un ordine altisonante, tipo: «Andate a conquistare la Romania! Andate per i villaggi a gridare: 'E stata fondata una nuova organizzazione politica, aderite subito tutti quanti!'» Nulla del genere! Noi non avevamo un nuovo programma politico da porre accanto agli altri dieci programmi esistenti in Romania - tutti 'perfetti' nella coscienza dei fondatori e dei loro partigiani. Non mandavamo i legionari a sbandierarlo in giro, per suscitare l'entusiasmo della gente in modo che si unisse a noi per salvare il Paese. Sotto questo profilo ci differenziavamo nettamente da tutte le organizzazioni politiche di allora, compresa quella di Cuza. Tutti credono che il Paese vada in rovina per mancanza di buoni programmi e per questo ciascuno elabora un programma perfettamente articolato nel cui nome si mette a radunare gente. Per questo tutti quanti hanno l'abitudine di domandare: 'Quale programma hai?' Il Paese va in rovina per mancanza di uomini, non per mancanza di programmi. E questa la nostra convinzione. Dobbiamo quindi non elaborare nuovi programmi, ma allevare uomini, uomini nuovi. Giacché gli uomini come sono oggi, guastati dai politicanti e infettati dall'influenza, ebraica, guasterebbero anche il programma più splendido. Questo tipo umano che regna oggi nella politica romena l'abbiamo già incontrato nella storia; la sua supremazia ha significato la rovina delle Stirpi e la distruzione degli Stati. Il male peggiore che gli Ebrei e i politicanti ci hanno provocato, il maggior pericolo cui hanno esposto la nostra Stirpe, non consiste nell'accaparramento delle ricchezze e delle risorse minerarie del Paese, nell'annientamento della classe media romena, nemmeno nel loro massiccio inserimento nelle scuole, nelle professioni libere etc., neanche nella perniciosa influenza che esercitano sulla nostra vita politica sebbene ciascuno di questi fattori rappresenti un pericolo mortale per la Stirpe. Il maggior pericolo consiste nell'aver deformato, nell'aver sfigurato la nostra struttura di razza daco-romana, dando vita a questo tipo subumano, producendo questo rottame, questo aborto morale, il politicante - un individuo che non possiede più nulla della nobiltà della nostra razza, che disonora la nostra razza, la insudicia, la uccide. Se questa specie d'uomo continuerà a guidare il nostro Paese, la Stirpe romena chiuderà gli occhi per sempre e la Romania crollerà,. nonostante tutti gli smaglianti programmi con cui l’'astuzia' dei degenerati saprà abbagliare gli occhi delle disgraziate masse. Fra tutti i mali che l'invasione ebraica ci ha portato, questo è il più spaventoso! Tutti i popoli con cui noi Romeni siamo venuti a contatto (e abbiamo combattuto), dalle invasioni barbariche a oggi, ci hanno attaccato nella nostra sostanza materiale, fisica e politica, lasciandoci però intatta quell'intima essenza etica, quella fierezza di Stirpe da cui, prima o dopo, scaturiva la nostra vittoria, la liberazione dal giogo straniero. Questo, indipendentemente dal fatto che si fossero stanziati in gran numero sulla nostra Terra, ci avessero spogliato di tutte le ricchezze e dominato politicamente. Questa è la prima volta nella nostra storia - perciò ci sentiamo inermi e ci diamo per vinti - che i Romeni hanno a che fare con una razza che li assale non con la spada ma con le armi tipiche della razza giudaica: armi che colpiscono e paralizzano prima di tutto la coscienza e l'istinto i conservazione delle Stirpi, diffondendo in modo sistematico i germi della decadenza morale e distruggendo così qualsiasi possibilità di reazione. Per questo la pietra angolare su cui poggia la Legione è l'uomo, non il programma politico: il rinnovamento dell'uomo, non la forma di un programma politico. Di conseguenza, la 'Legione Arcangelo Michele' sarà una scuola e un esercito più che un partito politico. In questi tempi al popolo romeno non occorre un grande uomo politico, come erroneamente si crede, ma un grande educatore, una guida, ché vinca le forze del male e schiacci la genia infernale. Ma a questo fine egli dovrà prima vincere il male che è in lui e nel suo seguito. Dalla scuola legionaria uscirà un uomo nuovo, un uomo con le qualità dell'eroe, un gigante che si erga in mezzo alla nostra storia, che sappia combattere e vincere tutti i nemici della Stirpe. E la sua lotta e la sua vittoria dovranno andare oltre questi, raggiungendo i nemici invisibili, le forze del male. Tutto quello che la nostra mente nasce a immaginare di più bello (spiritualmente parlando), tutto quello che la nostra razza riesce a esprimere di più fiero, di più elevato, di più giusto, di più potente, di più saggio, di più puro, di più tenace, di più eroico: ecco che cosa deve allevare la scuola legionaria! Il legionario deve essere un militante in cui risultino sviluppate al massimo grado tutte le qualità di grandezza umana e di nobiltà razziale seminate da Dio nel sangue della nostra Stirpe. Questo uomo-eroe uscito dalla severa scuola legionaria saprà anche formulare un adeguato programma politico, saprà risolvere il problema ebraico, saprà dare una buona organizzazione allo Stato, saprà convincere anche gli altri Romeni sulla giustezza del suo cammino. In ogni caso saprà vincere, giacché proprio per questo è un legionario, è un eroe. Quest'uomo nobile ed eroico, questo legionario del valore, della tenacia, della rettitudine, animato da una vitalità divina, condurrà la nostra Stirpe per le vie della sua grandezza. Un nuovo partito politico, sia pure cuzista, potrà dare solo un nuovo governo e un nuovo modo di governare; la scuola legionaria invece potrà dare alla nostra Stirpe un tipo nuovo, grande di Romeno. Dalla scuola legionaria potrà uscire qualcosa di elevato come mai è avvenuto, in grado di dividere in due il corso della nostra storia, e di segnare l'inizio d'una nuova storia romena. A questa nuova storia il nostro popolo ha diritto, per le sofferenze e la tenacia. millenaria, per la purezza e la nobiltà della sua anima, giacché quello romeno è forse l'unico popolo del mondo che non abbia commesso in tutta la sua storia la colpa d'asservire, calpestare e perseguitare altri popoli. Susciteremo un'atmosfera spirituale, un ambiente morale in cui nasca e di cui si nutra e cresca l'uomo nuovo, colui che avrà il volto dell'eroe. Quest'ambiente dovremo isolarlo dal resto del mondo erigendo barriere spirituali il più elevate possibili. Difenderlo da tutti i venti pericolosi della viltà, della corruzione, della dissolutezza - da tutte le passioni, insomma, che seppelliscono le Stirpi e uccidono gli individui. Dopo che avrà sviluppato la propria educazione in simile ambiente, diventando - attraverso la severa scuola del cuib, del campo di lavoro, della organizzazione e della famiglia legionaria - un uomo nuovo temprato e vigoroso, il legionario sarà inviato nel mondo: a vivere, perché impari a essere leale; a combattere, perché impari a essere valoroso e forte; a lavorare, perché s'abitui a essere laborioso, a comprendere e rispettare la quotidiana fatica di quelli che lavorano; a soffrire, perché divenga duro come l’acciaio; a sacrificarsi, perché s'abitui a trascendere la propria individualità a servizio della Stirpe. Dovunque andrà, il legionario costituirà un nuovo ambiente della sua stessa natura: sarà un esempio, formerà altri legionari. Vedendolo, la gente riprenderà completa fiducia in un avvenire superbo e sicuro e lo seguirà. E necessario che i nuovi venuti vivano nel rispetto rigoroso di queste regole di vita legionaria. Tutti insieme formeranno la santa milizia che combatterà e vincerà. Il nome di questa milizia è 'Legione Arcangelo Michele'. “Disinteresse nella lotta” La rinunzia all'interesse individuale. E’ un'altra virtù cardinale del legionario, in antitesi completa con la linea di condotta del politicante - il cui unico movente è l'interesse individuale, con tutti suoi perversi derivati (desiderio d'arricchire, lusso, dissolutezza, arroganza). Per questo, cari camerati, d'ora in poi e sino a quando esisterà una vita legionaria, sappiate che nel momento in cui vedrete manifestarsi - o nell'anima di un militante o nella vostra propria - questo interesse individuale, allora avrà cessato d'esistere la Legione. Allora terminerà il legionario e comincerà a mostrare le zanne il politicante. Guardate negli occhi chi viene, e se nei suoi occhi scorgerete minimo barlume di interesse individuale (desiderio di beni materiali, ambizione, arroganza, passione), sappiate che costui non può diventare legionario. Non basta indossare la camicia verde o eseguire il saluto per diventare legionari. Nemmeno comprendere 'razionalmente' il movimento legionario, ma solo conformare la propria esistenza alle regole della vita legionaria - giacché la Legione non è tanto un sistema di logica, una connessione di argomenti, quanto uno 'stile di vita'. Così come uno è cristiano non se 'conosce' e 'comprende' il Vangelo, ma solo se si conforma alle regole di vita da esso prescritte, se lo 'vive' realmente. “La disciplina e l'amore” L'intera storia sociale dell'umanità è piena di lotte, alimentate dai due grandi principi che tentano d'imporsi l'uno a danno dell'altro: il principio di autorità e il principio di libertà. L'autorità ha tentato di espandersi a danno della libertà; e questa, a sua volta, ha cercato di limitare il più possibile il potere dell'autorità; messe fronte a fronte, esse non possono significare altro che conflitto. Orientare un movimento secondo l'uno o l'altro di questi principi, significa proseguire nella direzione storica segnata dai disordini e dalla guerra sociale; significa insistere, da una parte, nella tirannide, nell'oppressione e nell'ingiustizia, e dall'altra nella rivolta sanguinosa e nel conflitto permanente. Su questo fatto desidero attirare l'attenzione di tutti i legionari e in particolare dei più giovani, affinché non cadano in equivoco e deviino dalla linea del movimento. Ho osservato in molti casi che appena un legionario ha acquistato un grado s'investe con tutto il suo essere dell’autorità e si svincola da tutto quello che lo legava sino allora ai camerati, sentendosi obbligato a 'imporsi' e impiegare l'autoritarismo. Il movimento legionario non poggia esclusivamente né sul principio dell'autorità né su quello della libertà. Esso poggia sul principio dell'amore, in cui tanto la libertà quanto l'autorità affondano le proprie radici. L'amore rappresenta la riconciliazione tra i due principi dell'autorità e della libertà. L'amore si colloca in mezzo e al di sopra di questi principi, accogliendone gli elementi migliori ed eliminando i conflitti tra loro. L'amore non può suscitare né tirannide, né oppressione, né ingiustizia, né rivolta sanguinosa, né guerra civile. Esso non può mai significare conflitto. Esiste anche un'interpretazione ipocrita del principio dell'amore, seguita dai tiranni e dagli Ebrei, i quali fanno appello in modo continuo e sistematico al sentimento dell'amore (da parte degli altri), per poter odiare e opprimere indisturbati i loro avversari in suo nome. Amore operante significa pace nelle anime, nella società e nel mondo. Fondata sull'amore, la pace allora non apparirà più come la misera espressione di un equilibrio meccanico e freddo tra i due principi di autorità e libertà - entrambi condannati a eterna guerra, ossia all'impossibilità di un equilibrio. La pace ce la darà non la giustizia, ma soltanto la bontà e l'amore. La giustizia infatti risulta molto difficile realizzarla integralmente e, se anche si scoprisse un meccanismo in grado di attuarla alla perfezione, l'uomo rimarrebbe lo stesso un eterno insoddisfatto perché è lui a essere imperfetto e quindi incapace di capirla e apprezzarla. Per ottenere la pace, l'amore è la chiave che il Redentore ha dato a tutte le Stirpi del mondo. E gli uomini, dopo aver errato, esaminato e provato tutto, dovranno alla fine convincersi di questo: all'infuori dell'amore che Dio ha seminato nelle nostre anime come la quintessenza di tutte le qualità umane, nulla esiste in grado di darci serenità e pace. Appunto inviandoci il nostro Redentore Gesù Cristo, Dio ci ha rivelato l'amore e l'ha posto al di sopra di tutte le altre virtù. Tutte le altre virtù - la fede e la laboriosità, l'ordine e la disciplina - hanno radice nell'amore. Quali parole meravigliose e sagge usa l'apostolo Paolo! «Quando parlassi tutte le lingue umane e angeliche, e non avessi l'amore, sarei un rame sonante o un timballo tintinnante. E quando avessi il dono della profezia e la conoscenza di tutti i misteri e tutta la scienza, quando avessi pure tutta la fede, tanto da poter smuovere perfino le montagne, e non avessi l'amore, non sarei niente. E quando distribuissi tutte le mie sostanze per il nutrimento dei poveri, quando offrissi pure il mio corpo perché fosse arso, e non avessi l'amore, non mi servirebbe a niente. L'amore è lungamente paziente, è pieno di bontà, l'amore non invidia, l'amore non si vanta, non si gonfia di superbia. Non si comporta in modo insolente, non cerca il suo utile, non si adira, non pensa al male. Non gode dell'ingiustizia, bensì gode delle verità. Sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, soffre tutto. L'amore non perirà mai. Le profezie termineranno, le lingue cesseranno, la conoscenza finirà» (Ai Corinzi j, 13, 1-8). E questo il punto di partenza del nostro movimento. Non so come esortarvi ancor di più a coltivare l'amore, voi che date gli ordini e voi che ubbidite agli ordini. L'amore vi offrirà possibilità incredibili e indefinite di risolvere gli ardui problemi che si presenteranno. Là dove non esista amore non esiste vita legionaria. Osservatela un attimo, questa nostra vita legionaria, e comprenderete quello che ci lega tutti quanti l'uno all'altro, grandi e piccoli, poveri e ricchi, vecchi e giovani. L'amore però non ci scioglie dal dovere della disciplina, così come non ci scioglie dal dovere del lavoro e da quello dell'ordine. La disciplina è un limite e una condizione della nostra libertà, allo scopo di conformarci sia a una precisa etica di vita sia alla volontà d'un capo. Nel primo caso osserviamo la disciplina per salire sulle vette della vita morale; nel secondo caso per ottenere la vittoria nelle nostre lotte - contro le forze ostili della natura o contro i nemici. Può darsi che cento uomini si amino tra loro come fratelli. Ma davanti a un'azione da compiere può darsi che ciascuno di loro abbia un'opinione diversa dall'altro. Con cento opinioni diverse non vinceranno mai; l'amore da solo non potrà farli vincere. Occorre la disciplina. Per vincere occorre che si subordinino a un'unica opinione e a un unico comando, quello del più sperimentato di loro, del capo. La disciplina è garanzia di vittoria perché assicura l'unità dello sforzo. Esistono difficoltà che soltanto un'intera Stirpe, unita, obbediente a un unico comando, riesce a vincere. Chi è l'imbecille che in un caso del genere rifiuti di stringersi in gruppo con tutti i suoi e di obbedire al medesimo comando, sostenendo che la disciplina diminuirebbe la sua personalità? In simili evenienze, quando la Stirpe risulta minacciata, quando la natura delle cose ci sprona a sopportare ferite, perdere la vita e la famiglia, rischiare l'avvenire dei figli, rinunciare a tutto quello che si possiede sulla terra pur di salvare la Stirpe, è quanto meno ridicolo parlare di 'diminuzione della personalità'. La disciplina non ci diminuisce perché ci rende vincitori. E se le vittorie si conquistano solo attraverso il sacrificio, la disciplina rimane il più piccolo fra tutti i sacrifici che un uomo compia per la vittoria della sua Stirpe. In quanto rinuncia e sacrificio, la disciplina non abbassa nessuno, perché qualsiasi sacrificio innalza, non abbassa. La nostra Stirpe incontra sul proprio cammino gigantesche difficoltà da superare, perciò ogni Romeno dovrà ricevere di buon animo l'educazione alla disciplina, con la coscienza di contribuire in tal modo alla vittoria di domani. Non esiste vittoria senza unità. E non esiste unità senza disciplina. La nostra Stirpe dovrà quindi condannare qualsiasi deviazione dalla disciplina, considerandola atto ostile che compromette le sue vittorie e la sua vita.
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