BENITO MUSSOLINI, L’ITALIANO

GIOVENTU’ DI FUOCO

Predappio, minuscolo centro proletario a due passi da Forlì, terra imperniata del più acceso e genuino socialismo. Qui ha inizio l’avventura umana e politica di uno dei più grandi protagonisti, nel bene e nel male, della storia d’Italia. Questo Benito Mussolini sembra fin da subito essere dotato di una certa verve polemica e di una certa propensione all’attivismo. La sua gioventù è tutto un corollario di peripezie, arresti (il primo nel 1902 a Losanna per vagabondaggio), forti ribellioni che lo portano a scagliarsi contro la sua condizione di “emarginato”e di conseguenza contro il grande padronato borghese oppressore. Dal 1912 è un ormai affermato dirigente socialista, direttore dell’”Avanti!” nonché punto di riferimento del socialismo massimalista. La sua conoscenza del marxismo è spesso indiretta: trae da Marx solo gli elementi che gli sembrano più congeniali. Da direttore dell’”Avanti!” Mussolini si fa, più che un creatore, un ottimo interprete dei sentimenti della base socialista oltre che portavoce dell’indignazione popolare di fronte alle numerose agitazioni sociali ed eccidi che scuotono l’Italia.

LA GRANDE GUERRA

E’proprio l’epocale avvenimento della prima guerra mondiale, scoppiata nel 1914, ad aprire la crisi tra Mussolini e il Partito socialista. Le due linee politiche divergono sempre di più: da una parte il futuro Duce che vuole diventare l’interprete delle passioni degli interventisti, dall’altra i socialisti che non abbandonano la posizione di neutralità. Il 1914 è l’anno dunque delle dimissioni da direttore del maggiore quotidiano socialista ma è anche l’anno della nascita di un nuovo giornale: Il Popolo d’Italia. Esso sarà l’organo della propaganda interventista, dove la celebrazione della nazione e dell’importanza dell’esercito assumo centralità assoluta. La guerra, per Mussolini, è dunque rivincita e, insieme, fattore di coesione nazionale. Si arruola nell’undicesimo bersaglieri. L’esplosione di un lanciagranate, nel febbraio 1917, lo costringerà ad abbandonare il teatro di guerra. Guerra che però continuerà, con la consueta incisività, sulle pagine del giornale.

DI NUOVO NELL’ARENA POLITICA

1918. La guerra è vinta. Come ha previsto Mussolini, la guerra sconvolge la società italiana.  Il sistema politico liberale, nato con l’unità d’Italia, entra in crisi nel 1919. A destra si forma un grosso vuoto. Potrebbe riempirlo Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato protagonista di imprese spettacolari durante il conflitto e creatore del mito della “vittoria mutilata”. Le sue gesta di guerra hanno rafforzato la sua fama e al momento sembra l’unico in grado di abbattere il vecchio Stato liberale, ormai inadeguato ad affrontare le nuove sfide che il tempo impone. Tra Mussolini e il vate non corre buon sangue tanto che il futuro Duce non sembra guardare con entusiasmo alla conquista di Fiume che il poeta inizia il 12 settembre 1919. La nuova destra cerca un rapporto con la folla e chi meglio dell’artista abruzzese può in quel momento incarnare simile ruolo. Intanto però Mussolini fonda i Fasci di combattimento (23 marzo 1919), dà vita ad un movimento che in pochissimi anni raggiunge un numero impressionante di iscritti, fa vacillare il governo e il parlamento. Le violenze squadristiche in gran parte d’Italia non fermano le mire mussoliniane verso il potere e si arriva al 22 ottobre 1922 con la marcia su Roma. Le elezioni del 6 aprile 1924 segnano la netta vittoria del Partito fascista.

LA NUOVA ITALIA

Neanche il rapimento e l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti del 10 giugno 1924 pongono freni all’irresistibile ascesa al potere di Mussolini e del fascismo. Anzi, ne è in un certo senso la legittimazione perché a rimettere le cose a posto e a ristabilire ordine e pace interna ci pensa il celebre discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera dove Mussolini si assume la responsabilità “politica, morale e storica di quanto avvenuto”. E’ l’occasione per varare misure liberticide che daranno di fatto l’avvio al regime. Gli anni Trenta sono gli anni del consenso più alto tra la folla versol regime fascista. Mussolini intensifica l’attenzione sui problemi demografici, “il numero è potenza” afferma. A dir la verità l’apice del consenso popolare ma anche e soprattutto tra la diplomazia internazionale, Mussolini l’aveva già raggiunto nel 1929 quando firmò i Patti Laternanensi che posero fine al dissidio tra Stato e Chiesa. “Uomo della Provvidenza”, così sarà celebrato da papa Pio XI. Il fascismo ormai innerva tutta la vita politica, sociale e culturale italiana, dando vita ad una totale trasformazione dell’uomo che negli intenti “pedagogici” fascisti doveva passare dall’essere squallidamente borghese e pantofolaio ad uno virile, attivo, sportivo e combattente pronto a dare la vita per l’ideale.

OBIETTIVO IMPERO E ORIZZONTI TEDESCHI

La politica di incremento demografico voluta da Mussolini ha il suo naturale sbocco in un allargamento dei confini. L’idea di ricreare l’Impero “sui colli fatali di Roma” è la fascinosa suggestione che coinvolge tutta la nazione e che trova il suo grande coronamento il 9 maggio 1936 quando il Duce, dal balcone di palazzo Venezia, proclama la conquista dell’Etiopia. Il delirio che si crea intorno a quest’impresa si declina sostanzialmente in un rafforzamento straordinario del mito di Mussolini, ormai da più parti salutato con venerazione quasi divina. D’oltralpe però un altro “uomo forte” aveva ridato sogni di grandezza e potenza alla propria nazione. Quest’ uomo era Adolf Hitler e la nazione  era la Germania. L’avvicinamento tea i due era avvenuto già nel 1934, senza particolari entusiasmi ma la conquista dell’Etiopia da parte italiana aveva di fatto favorito il rapporto d’amicizia e collaborazione tra le due dittature. Vitalità latina, grandezza nazionale che trae origini dall’orgoglio di Roma creatrice di storia; fredda determinazione teutonica, propensione imperialista e razzista. I due mondi si incontrano pian piano. Apice del nuovo Asse sono le leggi razziali del 1938 che Mussolini emana in Italia di fronte alla minaccia ebraica. Provvedimenti che sanno molto di tedesco e molto poco di italiano.

NEL BARATRO DELLA GUERRA

La fine di Mussolini inizia con la dichiarazione di guerra proclamata il 10 giugno 1940 contro Francia e Inghilterra. La Germania di Hitler, formidabile macchina d’armamenti, è in guerra già dall’anno prima e macina successi su successi. Spinto dalle circostanze, dagli eventi ma anche da previsioni irrealistiche sul probabile corso del conflitto, il Duce decide che anche per l’Italia è giunto il momento di fare la sua parte. E’ una guerra totale, davanti ci sono tre mondi in frontale contrapposizione ideologica: il mondo degli autoritarismi nazionali, il totalitarismo sovietico e il mondo democratico. La prima parte dello scontro, almeno fino al 1942, si svolge a favore dell’Asse, dove però l’Italia è costretta a mangiare le carcasse di quello che lascia la Wehrmacht. Troppo grande è il divario tra l’esercito tedesco e quello italiano, talvolta costretto ad arrangiarsi alla meno peggio. La riscossa sovietica avviene a Stalingrado nel 1942 e culmina, battaglia dopo battaglia, nel 1945 con la conquista di Berlino. Hitler è sconfitto e pensa a suicidarsi. Di Mussolini si hanno molteplici immagini: quello deciso dell’alleato di ferro del Golia germanico, quello impaziente di entrare in guerra pur sapendo di non disporre dei mezzi sufficienti, quello già stanco e impietrito del Gran Sasso, quello rinunciatario e senza prospettive dell’esperienza di Salò. Molti italiani ne subirono il fascino. Il 29 aprile 1945 vollero, impiccandone il cadavere, annientarne l’immagine e distruggerne il mito: fu anche un modo, spietato e orrendo, per dimenticar e autoassolversi.