Autore: Ag - AZIONE GIOVANI MILANO
Data: 14/10/2003

Verso un progetto per un secolo europeo

clicca qui per scaricare il documento presentato a Campo Base 2003

Premessa

NON BASTA PIU’ “PENSARE EUROPEO”,
OCCORRE “FARE L’EUROPA”

Negli ultimi anni si è assistito ad un fenomeno singolare: mentre l’Europa si accartocciava su sé stessa, sulla sua fisionomia istituzionale e sulle iniziali difficoltà nella politica monetaria seguite all’introduzione dell’Euro, gli Stati Uniti vedevano un fiorire di pensatoi di stampo cosiddetto “neo-conservatore” che avrebbero restituito una prospettiva ed un progetto alla politica estera americana.

I think-tank di matrice neo-conservative sono stati i principali fautori della svolta impressa dall’Amministrazione Bush dopo l’11 Settembre 2001, delineando con precisione i confini di un rinnovato protagonismo americano volto alla eradicazione del cosiddetto “Asse del male”, al consolidamento ed all’espansione degli interessi geopolitici e geoeconomici degli USA.

Un impianto teorico aggressivo con venature molteplici, che vanno dalla retorica patriottica fino alla democrazia universalista greca, nato dall’approfondimento di un gruppo dirigente in gran parte proveniente da esperienze trotzkiste o comunque legate alla sinistra massimalista; una sintesi politico – culturale tradotta in prassi attraverso importanti terminali politici (i cosiddetti "falchi" dell’amministrazione Bush), talmente forte e coerente da condizionare pesantemente la strategia americana.

In Europa manca tuttora un’analoga capacità di sintesi, manca la spregiudicatezza di pensare da superpotenza e quindi di costruire il proprio essere superpotenza nel perseguimento dei propri interessi vitali.

Allo stesso tempo è apparso sempre più evidente ai più come nell’attuale contesto internazionale si vada profilando uno scenario di sempre maggiore divaricazione tra le due sponde dell’Atlantico, che sempre più divergono per obiettivi, cultura ed interpretazione della realtà.

I contrasti sorti tra alcuni grandi paesi europei e gli USA in merito al recente conflitto iracheno sono soltanto gli ultimi esempi di una lacerazione che sempre più spesso vede l’Unione Europea (intesa quasi sempre come soggetto unitario) e gli USA confliggere su temi di enorme rilevanza per gli equilibri mondiali.

L’ineluttabilità di questa realtà è ormai accettata dalla gran parte degli studiosi e dei commentatori internazionali che non possono fare a meno di ammettere, fuori da ogni rigida griglia ideologica o da contrapposizioni sloganistiche ormai superate tra filo e anti americani, che esiste un interesse europeo destinato a divergere sempre più dall’interesse americano.

Questa prospettiva sta portando la stessa Europa a pesanti lacerazioni interne, delineando di fatto una dicotomia tra la cosiddetta “Vecchia Europa”, che ha il suo centro politico nell’asse franco-tedesco, e la cosiddetta “EuroAmerica”, che ha il suo motore in Gran Bretagna, Spagna e nei paesi dell’Est europeo.

Siamo convinti che l’ampliamento di questo solco all’interno dell’Unione attuale, ma ancor più dell’ormai prossima Europa a venticinque, possa essere letale per la difesa e l’affermazione dell’interesse europeo e per la stessa capacità dell’Europa di porsi come interlocutore credibile nei confronti di realtà politicamente emergenti come la Russia di Putin, la Cina, l’India e l’America Latina, oppure potenzialmente problematiche come il mondo islamico e l’Africa.

E allora, facendo il verso al “Project for a New American Century” di matrice neo-conservative, riteniamo improrogabile porre le premesse per un “Progetto per un Secolo Europeo” attraverso il quale ridefinire l’interesse più vero dei popoli europei ed intorno al quale costruire l’unità politica, strategica, militare del Vecchio Continente.

Non basta più “pensare europeo”, occorre “fare l’Europa”. 



DAL GLOBALISMO AMERICANO
AL MONDO MULTIPOLARE…
I TERRENI DI CONFRONTO

PACE E SICUREZZA INTERNAZIONALE: E’ L’ORA DELL’ESERCITO EUROPEO

La tragedia dell’11 settembre ha portato la Casa Bianca a proiettare la propria potenza e i propri interessi sul mondo intero, con modalità per certi versi inedite, nell’intento di non lasciare alcunché - negli eventi e nelle trasformazioni mondiali - al caso o all’iniziativa di altri attori. A questo punto ci troviamo nella possibilità di affermare, senza temere di poter essere smentiti, che la globalizzazione (generata dai flussi spontanei divenuti impetuosi a partire dalla metà degli anni 80, quando cioè si manifestarono i primi vacillamenti del sistema sovietico) è per certi versi terminata, soppiantata da qualcosa che potremmo definire e chiamare il “globalismo generato dall’unilateralismo americano”.

Non si può non notare come l’emergere degli Usa quale potenza egemone del nuovo ordine mondiale sia stata sicuramente facilitata - nell’ultimo decennio - dal fatto che l'America godeva di una leadership morale riconosciuta da tutto l'Occidente per la sua preponderante funzione anticomunista, ma anche dalla Cina in funzione anti-russa. 

Tutto ciò ha consentito agli Stati Uniti di utilizzare facilmente le proprie strutture di “comando e controllo” - concepite nel quadro della riconosciuta funzione di leadership del passato - per tentare di imporre un proprio dominio globale, che comunque non si giustificava più nel contesto dei rapporti di forza economica tra i vari Paesi del Mondo (considerato anche che la fine della Guerra Fredda è stata segnata da un rilasciamento dello sforzo militare della maggior parte di tutti gli altri Paesi, tranne gli Usa). Ciò ha conferito agli Stati Uniti una superiorità militare mai conosciuta precedentemente. 

In prospettiva questo divario tecnico militare potrebbe essere destinato ad accentuarsi, atteso che tutta la ricerca in America è finanziata e orientata a fini militari, mentre il resto del Mondo ha dimostrato per il momento di avere altre priorità. In particolare l’Europa, stretta per cinquant’anni tra il pacifismo della sinistra, le imbelli classi dirigenti centriste e la copertura dell’”ombrello americano”, pare non riuscire a sconfiggere il tabù della necessità di una seria politica di riarmo. 

Gli Stati Uniti si trovano oggi ad essere gli unici “prestatori” di sicurezza internazionale e quindi in una situazione quanto meno singolare (che pur richiama alla mente la posizione di Francia e Gran Bretagna dopo la fine della Prima Guerra Mondiale), instabile e di conseguenza perniciosa, che tendono a gestire in modo fin troppo muscolare.

Come ha dimostrato il recente conflitto nel Golfo, gli USA non sono capaci di rispondere, con la forza della dissuasione e del dialogo, alle richieste di sicurezza, di pace e di indipendenza provenienti da quell’area sofferente ed insofferente (anche a causa delle promesse non mantenute dalle potenze occidentali) che risponde impropriamente al nome di Medio Oriente. 

Inoltre il recente conflitto ci ha mostrato come gli Stati Uniti non siano in grado di garantire la sicurezza del sistema internazionale qualora si scatenassero due conflitti “rilevanti” in due regioni differenti e distanti, scenario che stava prefigurandosi con la crisi nei rapporti con la Corea del Nord e la contemporanea guerra contro l’Iraq.

I drammatici eventi del dopoguerra ci mostrano anche quanto fossero pretestuose le motivazioni degli “interventisti”, che vedevano nel conflitto un tentativo giusto e necessario di stabilizzazione dell’intera area. Questa stabilizzazione è ancora lontana, come dimostrano gli attentati giornalieri di una guerra irregolare che sta facendo più vittime del conflitto regolare conclusosi lo scorso I° maggio e gli scarsi progressi sulla strada della pace tra israeliani e palestinesi.

Inoltre, la dottrina neoconservative della guerra unilaterale e preventiva, volta alla esportazione forzata della “democrazia liberale” a quei paesi arabi considerati pericolosi per l’affermazione degli interessi statunitensi pare doversi applicare a breve anche ad altre nazioni (Siria, Iran).

Questa concezione, ormai prevalsa ampiamente anche nel confronto tra le diverse anime dell’amministrazione americana, prescinde quasi totalmente dal ruolo delle organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite (la vicenda irachena è in questo senso emblematica), prediligendo al contrario la cosiddetta politica del “cherry picking” (letteralmente “la raccolta delle ciliegie”), ovvero la costruzione di volta in volta di alleanze differenziate a seconda del nemico da combattere.

Questa strategia da un lato consente di creare sinergie con un numero sufficiente di paesi facendo loro intravedere i vantaggi della compartecipazione alle operazioni di ricostruzione, dall’altro mantiene gli USA in posizione assolutamente dominante.

L'accettazione della leadership statunitense ha cominciato però a erodersi rapidamente non molto dopo l'11 settembre, con una sensibile accelerazione determinatasi a seguito dell’impegno unilaterale occorso durante la seconda guerra del Golfo; quindi, è verosimile che al concetto di ordine globale unilateralista e dominante americano venga rapidamente contrapposta una visione di ordine globale multilaterale. 

È indispensabile, per il mantenimento della pace e per un sistema più equilibrato, che un nuovo soggetto si affianchi agli americani nella gestione, anche militare, dei conflitti e delle crisi internazionali ovunque si presentino. Per realizzare tutto questo è essenziale che l’Europa torni ad essere un punto di riferimento per tutti i soggetti che a vari livelli operano nello scenario internazionale e che oggi non hanno un’alternativa credibile allo strapotere americano e che quasi sempre si ritrovano ad essere insoddisfatti dell’opera dell’unica potenza rimasta.

Rivendichiamo con forza la necessità di costruire un Esercito Europeo.

Su questo tema spesso la retorica abbonda e crea equivoci anche nel nostro ambiente.

Dobbiamo dire a chiare lettere che non avremmo voluto l’esercito europeo per condividere con gli USA le responsabilità di un attacco ingiustificato all’Iraq, così come non lo avremmo voluto per mandare nostri caccia europei (anziché i caccia americani) a radere al suolo Belgrado.

L’Esercito Europeo deve essere uno strumento efficace a disposizione di un soggetto politico coeso e credibile, con una sua riconoscibile politica estera volta alla tutela e all’affermazione di interessi legittimi e ben definiti, gli interessi dei popoli europei.

Davanti a questa realtà, fatta di guerra a cadenza quasi annuale e di costante calpestamento del diritto internazionale, all’Europa non resta che prendere coraggiosamente l’iniziativa e tornare ad essere protagonista in un contesto che sta diventando ad ogni conflitto sempre più ingovernabile.

Che gli Stati Uniti siano oggi l’unica superpotenza è vero, ma questo non deve trarre in inganno in quanto i fattori che rendono una superpotenza tale sono di natura economico-finanziaria, monetaria e militare. 

Per quanto riguarda i primi due punti la duratura recessione (che non ha avuto certo inizio con l’11 settembre), l’avvento dell’Euro, nonché la forte espansione dell’influenza dello Yen sul mercato asiatico, hanno sicuramente posto fine alla solitudine del dominio americano. È quindi un unico fattore a porre gli USA un gradino sopra tutti gli altri: il potere militare. 

C’è stato un periodo in cui molti studiosi, convinti che l’era della guerra come continuazione della politica fosse tramontata, hanno elaborato una serie di teorie miranti a dimostrare che i “giochi” a livello internazionale si sarebbero decisi solo con armi economiche; la storia non li ha trattati molto bene e Marte è ancora il protagonista delle relazioni internazionali.

Gli europei sono stati abituati, da quarant’anni di guerra fredda, a non spendere e a non investire cifre ragionevoli in armamenti per garantire la propria sicurezza e la propria integrità territoriale, delegando ad altri (gli Stati Uniti) il tutto.

Questo atteggiamento ha oggi le sue più nefaste conseguenze, con un’opinione pubblica incapace di comprendere e con una classe politica non abbastanza coraggiosa da spiegare che la pace si difende con le armi e che, se le Nazioni europee non aumenteranno in maniera significativa le spese in armamenti, le guerre, sia quelle a noi vicine (come nel caso di Kosovo e Iraq), sia quelle più lontane (come i tanti e sanguinosi conflitti in Africa e i futuribili drammatici scenari asiatici), continueranno ad aumentare fino al completo collasso di un sistema internazionale già claudicante e totalmente dipendente per la propria stabilità dagli investimenti americani.

Se l’Europa non riuscirà a dar vita, mediante l’aumento delle spese in armamenti ed in ricerca, ad un processo virtuoso che la porti in pochi anni a colmare la distanza con l’altra sponda dell’Atlantico, non solo gli interessi dei suoi popoli verranno calpestati, ma l’intero sistema globale continuerà su una strada pericolosa che sembra definitivamente tracciata.

La guida del sistema internazionale globalizzato deve essere ridiscussa, poteri e responsabilità devono essere ridistribuiti. Visto che sul piano economico-finanziario e monetario questa ridistribuzione è già realtà resta solo da rivedere l’aspetto (ed è il più importante) militare.

A tal riguardo le strade sono molteplici ma si muovono tutte sulla classica dicotomia tra sicurezza collettiva e alleanze politico-militari.

La prima, che vede come sua massima espressione l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sembra non avere grandi possibilità di incidere sulla realtà e di imbrigliare e indirizzare la forza degli Stati; a dire il vero ha anche poche possibilità di sopravvivenza e in tutta la sua storia, anche quando si concretizzava nella Società delle Nazioni, non ha mai brillato per efficienza.

La seconda, che vede nella North Atlantic Treaty Organization (NATO) la sua più riuscita realizzazione, sembra invece in grado di incidere sul contesto internazionale. Molto probabilmente perché riesce a coniugare decisioni politiche e opzione militare, proprio ciò che all’ONU non riesce, con però il non trascurabile inconveniente della sostanziale disuguaglianza tra i suoi alleati che si concretizza in una gerarchia con a capo gli USA.

Ma anche la NATO accusa significative battute d’arresto nel momento in cui alleati storici (come la Francia o la Germania) o centrali nello scacchiere mediorientale (come la Turchia) non condividono fino in fondo o addirittura avversano le strategie di Washington.

Questa situazione deriva anch’essa dalla guerra fredda e persiste anche grazie al fatto che gli Europei non riescono a dialogare alla pari, in quanto fino ad oggi non hanno contribuito in modo economicamente significativo alle spese dell’Alleanza. Questo ha dato legittimità al comportamento egemone americano ed oggi rischia di bloccare o comunque di far nascere come sottoposto l’Esercito Europeo.

Le alternative che l’Europa si troverà di fronte per dare un senso alla sua politica estera e di difesa comune sono due: la prima è dar vita ad una forza armata completamente autonoma dalla NATO; la seconda è restare all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Entrambe le opzioni presentano delle incertezze in quanto la prima, che è la più forte ed affascinante rischia di spaccare l’Europa, che in politica estera sta a fatica tentando di riattaccare i cocci della rottura dovuta alla Guerra del Golfo, in quanto non poche nazioni tra cui Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e praticamente tutti i paesi del defunto Patto di Varsavia sono contrari a questa ipotesi; la seconda rischia per contro di imbrigliare per i prossimi decenni l’Europa agli USA con ovvie e negative ripercussioni sulle scelte economiche, politiche e soprattutto militari. In altre parole seguendo questa strada l’Europa rischierebbe, in un’Alleanza Atlantica che gli americani hanno già mostrato di voler interpretare come globale, di essere suo malgrado coinvolta in guerre combattute chi sa dove e sicuramente per interessi non europei.

Il punto non sta quindi nello scegliere che strada prendere ma come prenderla, in quanto o l’Europa rimette in discussione tutti i suoi rapporti con l’altra sponda dell’oceano oppure non riuscirà a dar vita ad un esercito e ad una politica estera comune e non riuscirà a slanciarsi verso sud o verso est perché, fino a quando resterà appiattita sull’Atlantico, non potrà divenire punto di riferimento e di aggregazione per tutte quelle nazioni che non tollerano più l’arroganza e l’aggressività della politica estera americana.

È nostro compito risvegliare la coscienza nazionale ed europea, nella consapevolezza che questo possa significare anche non trovarsi in sintonia con gli americani; peraltro l’ultimo conflitto ha già innescato un sommovimento, in un’opinione pubblica che però fino ad oggi ha conosciuto solo l’antiamericanismo strumentale di matrice comunista. 



IL CONTROLLO DELLE RISORSE ENERGETICHE: UNA PARTITA DECISIVA PER L’AUTONOMIA EUROPEA


E’ di tutta evidenza che, mai come in questa fase, le risorse energetiche, il loro controllo, la loro distribuzione, il loro costo, la loro rinnovabilità, il loro impatto ambientale rivestono un ruolo centrale negli equilibri globali.

Anche in questo settore la distanza tra Europa e Stati Uniti si è andata ampliando, dando vita a controversie molteplici e significative.

Basti pensare alla lunga ma sempre attuale vertenza sull’applicazione del “Protocollo di Kyoto” sulla riduzione delle emissioni dei gas serra, alla cui introduzione gli USA si ostinano ad opporsi nonostante un arco vastissimo di nazioni lo abbiano già sottoscritto.

Ma è sul petrolio che si gioca ancor oggi la partita decisiva.

Il petrolio, la fonte energetica indispensabile per lo sviluppo di nazioni in crescita come Cina e India e ancora necessario agli Stati “post-industriali” per mantenere il proprio tenore di vita, è una risorsa limitata, esauribile e non distribuita in modo omogeneo sul globo.

La sua limitatezza ed esauribilità, al di là delle diatribe tra esperti di varia estrazione sulla durata effettiva delle riserve e sul momento in cui verrà raggiunto il picco di produzione* (dieci, quindici,venti o trent’anni), ci suggerisce che non è prudente farla restare la risorsa centrale del nostro sistema di produzione (il petrolio alimenta le centrali elettriche ed idroelettriche, muove macchine, autobus e mezzi di trasporto pesante, da esso si ottengono i prodotti più disparati, dalla plastica al catrame per asfaltare le strade, dalla carbonella alle candeline di compleanno). 

Una volta raggiunto il picco di produzione il prezzo del petrolio inizierà progressivamente e in modo irreversibile ad aumentare, con conseguenze simili a quelle degli shock petroliferi degli anni Settanta, ma con la differenza sostanziale che a quel punto la crisi sarà perpetua senza possibilità di un ritorno dei prezzi del petrolio ai livelli cui il nostro sistema economico è abituato, con effetti disastrosi e questa volta durevoli nel tempo.

Inoltre i sempre più frequenti black-out e disservizi vari del nostro sistema energetico ci avvicinano sempre più alla scelta sul nostro futuro energetico. A tal riguardo le scelte sono sostanzialmente due: la prima aumentare il ricorso all’energia nucleare e la seconda puntare tutto sulle energie rinnovabili.

Per quanto riguarda il nucleare, contrariamente a quanto diffusamente sentito è ancora poco sfruttato, fornisce solo il 7% del fabbisogno energetico mondiale (contro l’85% dei combustibili fossili), e potrebbe, alla luce dei nuovi sistemi di sicurezza e di stoccaggio delle scorie (il cosiddetto “nucleare pulito”), rappresentare una grande risorsa per il futuro soprattutto per il nostro paese che si trova oggi nella paradossale situazione di avere centrali nucleari disattive e di dover importare energia nucleare dai paesi vicini, soprattutto dalla Francia, e quindi anche di dover mettere in conto rischi sostanzialmente analoghi a quelli derivanti dalla presenza di centrali sul suolo nazionale. 

Le energie rinnovabili rappresentano sicuramente la prospettiva più affascinante. Il loro non essere inquinanti, abbinato alla non produzione di scorie, le rende sicuramente la più grande prospettiva di crescita pulita per l’intero pianeta. Rimangono però anche su questo tipo di risorse diverse incognite, soprattutto per quanto riguarda il nostro “Bel Paese” il quale, a differenza del deserto del Mojave (California), non può sopportare l’impatto paesaggistico di un tappeto di celle fotovoltaiche per la produzione di energia solare o di una distesa di mulini (composti da un rotore a due o tre pale con un diametro di circa 50 metri) per la produzione di energia eolica.

Anche l’idrogeno, che rappresenta vista la sua grande diffusione (è il più abbondante elemento chimico dell’universo, costituisce il 75% della sua massa e il 90% delle sue molecole, è presente praticamente ovunque: nell’acqua, nei combustibili fossili e in tutta la materia vivente) una sorta di “carburante perpetuo”, è ancora purtroppo una fonte troppo costosa e anche inquinante visto che ad oggi la gran parte dell’idrogeno prodotto è estratto dal gas naturale attraverso un processo che libera si atomi di idrogeno ma che ha come sottoprodotto anidride carbonica. 

L’unico modo per produrre idrogeno pulito è l’elettrolisi*, reperendo l’energia necessaria da centrali fotovoltaiche e mulini per lo sfruttamento dell’energia eolica. Questa rimane sicuramente una prospettiva affascinante ed assolutamente da non escludere a priori, ma con le già citate conseguenze paesaggistiche. 

È improrogabile a tal riguardo un aumento degli investimenti in ricerca ed un piano comune intergovernativo europeo finalizzato a rendere competitiva l’Unione in un settore in forte crescita e sempre più strategico dove esistono ancora ampi margini di crescita.

Forse, sia per l’Italia sia per l’intera Europa, la soluzione per i propri problemi di approvvigionamento energetico, presenti e soprattutto futuri, sarà rappresentata da un mix di energie nucleari e rinnovabili, con buona pace di certa retorica ambientalista.

Ma, al di là degli scenari di medio termine, la scena internazionale sembra ancora dominata da scelte strategiche che hanno come stella polare la volontà di garantirsi il più ampio e più durevole accesso alle risorse petrolifere.

Gli USA hanno maturato negli ultimi anni la necessità di ampliare i propri approvvigionamenti di greggio seguendo nuove direttrici.

Infatti, da un lato la crisi politica e sociale che ha investito il Venezuela (uno dei principali fornitori di petrolio degli Stati Uniti) limitandone le capacità di estrazione e di esportazione, dall’altro il sempre più imbarazzante ruolo di consistenti spezzoni delle gerarchie saudite nel sostegno alle cellule di Bin Laden, hanno di fatto posto l’amministrazione Bush di fronte alla necessità di perseguire strade alternative.

A questo aggiungiamo che, secondo le analisi e le previsioni dell’EIA (Energy Information Administration, agenzia del Dipartimento per l’Energia americano), il Golfo Persico contiene i due terzi delle riserve mondiali di petrolio e questa quota è destinata ad aumentare nei prossimi anni fino a rendere nel medio – lungo periodo quell’area l’ultima riserva di greggio sul globo.

Da questi dati risulta ben motivato l’interesse americano ad ottenere, attraverso la destituzione di Saddam Hussein, la liberazione di enormi quantità di greggio che le cosiddette “sette sorelle” di qui a poco potranno gestire in regime di “quasi monopolio”; ciò avverrà nonostante formalmente sia stata ricostituita un’Agenzia nazionale irachena per il petrolio, nella quale però già oggi è forte il peso del management born in USA.

In quest’ottica è giunto forse il momento per l’Europa di giocare il ruolo di terzo incomodo frapponendosi tra i produttori, non solo quelli del Golfo ma tutti quelli aderenti all’OPEC e magari anche oltre (esempio Russia) e i consumatori nordamericani (in particolare gli USA) ripartendo dalla strategia che rappresentò la fortuna (e presumibilmente anche la ragione della sua fine) di Mattei e del petrolchimico italiano. 

Essere cioè non solo dei compratori/sfruttatori di petrolio dei paesi produttori ma anche degli investitori e dei prestatori di tecnologia, per far sì che il petrolio, che sempre più pericolosamente e strumentalmente viene definito dalle organizzazioni più oltranziste come “un generoso dono di Allah”, diventi un fattore di contatto, di scambio culturale e quindi di riavvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo e non solo, un grande strumento che eviti lo scontro di civiltà invece di alimentarlo, come sta di fatto accadendo grazie alla miope gestione americana. 

A tutto questo si devono aggiungere anche gli evidenti vantaggi economici di un simile canale privilegiato che permetterebbe all’Europa di operare senza intermediari e di pagare il petrolio, ed altre materie prime, in Euro.



UN NUOVO PROTEZIONISMO EUROPEO PER VINCERE LA SFIDA GLOBALE

Di recente si è tornati a parlare della necessità di una politica protezionistica per difendere i mercati europei dalla concorrenza dei prodotti made in China, realizzati come sappiamo in un sistema di produzione fondato sulla più totale violazione di diritti sociali, sindacali ed ambientali e quindi con costi irrisori rispetto ad analoghi prodotti europei.

Questa tendenza purtroppo funziona in più direzioni: infatti, se da un lato i prodotti del made in Italy subiscono il flagello della contraffazione e della concorrenza sleale, dall’altro alcune nostre grandi aziende delocalizzano la produzione sfruttando il malsano mercato del lavoro dei paesi in via di sviluppo. 

Allo stesso tempo, sia l’Italia che l’Europa subiscono spesso il ricatto dei grandi gruppi multinazionali che, nel momento in cui decidono di investire da noi, ottengono di contro la totale assenza di vincoli in termini di mantenimento degli organici, di indotto e di reinvestimento sul territorio.

Ma quella con l’Estremo Oriente non è l’unica frontiera di scontro aperta per l’Europa.

Nei difficili round negoziali della WTO è emersa con sempre maggiore chiarezza l’irriducibilità degli interessi europei a quelli d’Oltreoceano.

Scambi di accuse incrociate sulla violazione delle norme del commercio internazionale fanno da cornice ad estenuanti trattative che vedono impegnati i governi per evitare il definitivo collasso del sistema degli scambi commerciali.

Nota è la vicenda dei dazi americani sulla propria produzione di acciaio, note sono le accuse di protezionismo in agricoltura rivolte dagli USA all’Europa, colpevole di violare le regole della concorrenza internazionale con i sussidi comunitari e la moratoria sugli OGM. 

Proprio alcune di queste controversie saranno oggetto del prossimo vertice WTO di Cancun.

L’Europa, e l’Italia in testa, non possono prescindere dalla necessità di tutelare le proprie produzioni tipiche già minacciate dall’aggressività della pirateria alimentare che fa della contraffazione dei marchi il proprio punto di forza.

Il nostro sistema agroalimentare, già schiacciato dal peso della colonizzazione dell’industria alimentare e della grande distribuzione, ne subirebbe un colpo letale.

Inoltre l’immissione indiscriminata di OGM nel sistema agroalimentare europeo creerebbe le premesse per la fine della biodiversità e dei prodotti di qualità, in altre parole la morte della ricchezza principale dell’agricoltura europea ed italiana; da qui la nostra posizione di tolleranza zero contro gli OGM, quale battaglia di difesa delle nostre produzioni e della nostra identità.

Si parla ultimamente di fine delle moratorie europee sugli OGM in cambio dell’accettazione da parte USA del principio della tracciabilità e dell’etichettatura, finora respinto perché troppo oneroso per i produttori americani. E’ un’affermazione importante ma la fine delle moratorie non può prescindere dalla separazione delle filiere OGM da quelle OGM-free, nonché dall’individuazione di soglie molto basse per la commerciabilità di prodotti e sementi transgeniche.

Infine, aggiungiamo che ormai l’invasività della tecnologia rischia di scardinare le più elementari regole di civiltà.

Non è un mistero che Echelon, sistema satellitare nato in teoria con la funzione di proteggere gli Stati Uniti da eventuali attentati (forse era da mandare in pensione dopo l’11 settembre), più di una volta, grazie all’appoggio indispensabile di un paese dell’Unione Europea come la Gran Bretagna, sia stato usato per spiare le imprese europee ed usare contro di loro, in piena violazione dei tanto decantati principi del libero scambio, le informazioni raccolte. 

Insomma, da tempo sosteniamo che la nostra risposta alla globalizzazione non è il localismo in stile volkisch ma l’affermazione della nostra identità nazionale ed europea su scala globale.

Oggi questo processo di affermazione non può prescindere dalla protezione delle peculiarità del sistema economico europeo. Non si tratta di violazioni di sacri principi inviolabili ma di legittima tutela dei propri interessi, non dissimile da quella che tutti nel mondo svolgono. Non si tratta di chiusure a riccio ma di applicazione concreta del principio secondo il quale la globalizzazione o è governata o diventa strumento di dominio e di sottomissione dei popoli. 



ALLARGAMENTO E COSTITUZIONE: DOVE VA LA NUOVA EUROPA?

Qualcuno parla di “allargamento” dell’Europa ad Est, in realtà con la prossima adesione dei dieci paesi dell’Europa centro-orientale (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) e l’avvicinamento con la Russia di Putin, l’Europa torna a proiettarsi verso una dimensione unitaria dall’Atlantico agli Urali. 

Il recente vertice di Copenaghen del Dicembre 2002 ha previsto l’accoglimento, a maggio 2004, di 8 dei 10 paesi con l’aggiunta di Cipro e Malta; dal blocco dei paesi orientali di prossima adesione sono state, momentaneamente, escluse Bulgaria e Romania, oltre alla Turchia il cui ingresso è ancora rinviato. Sebbene l’UE abbia già sperimentato in passato un allargamento (a sud) a Paesi con un sensibile divario in termini di reddito, quello ad est prevede l’accoglimento di paesi con un reddito pro-capite pari a meno del 40% di quello dell’attuale UE.

D’altra parte la natura stessa dell’Unione, sancita a Maastricht e fondata su rigidi parametri finanziari, ha troppo a lungo impedito a questi popoli di ricongiungersi ai fratelli dell’ex Europa occidentale. La recente congiuntura economica ha dimostrato come addirittura Francia e Germania, due tra i paesi che più hanno avallato questa impostazione, non siano in grado di rispettare quegli stessi parametri.

Il fatto ad esempio che tra i parametri di Maastricht non risulti il tasso di disoccupazione ci dà il segno di come probabilmente l’intera architettura presenti dei vizi strutturali che noi da sempre denunciamo.

L’accoglimento nell’Unione di tali Paesi se da un lato non può che rappresentare il naturale ricongiungimento alla Patria Europea di Nazioni costrette ad allontanarsene sotto il giogo sovietico, dall’altro nasconde delle incognite. 

L’ingresso dei dieci Paesi significa, innanzitutto, l’accoglimento da parte dell’UE di quasi 105 milioni di persone all’interno dei propri confini: ciò significa che la popolazione europea aumenterà di quasi un terzo. Della stessa portata sono le modifiche dimensionali del mercato del lavoro comunitario: all’attuale forza lavoro Ue si aggiungeranno quasi 50 milioni di lavoratori dell’est con salari notevolmente inferiori a quelli europei.

La naturale conseguenza di questo divario è la modifica nell’allocazione della spesa per le politiche regionali.

L’Ue, fin dalla sua costituzione, ha dato notevole importanza allo sviluppo delle zone arretrate ed alla convergenza dei redditi tra le diverse aree. I principali strumenti a disposizione dell’Ue per promuovere lo sviluppo delle zone arretrate sono i Fondi strutturali, in particolare il Fondo di Sviluppo Regionale Europeo (FSRE) ed il Fondo Sociale Europeo (FSE).

L’allargamento ad est dell’Ue e l’accoglimento di paesi che, come detto, hanno un reddito inferiore anche a quello delle zone più arretrate dell’Unione genera il pericolo, per gli attuali fruitori dei Fondi strutturali, di una perdita rilevante di finanziamenti, specie per quanto riguarda il settore agricolo cosi che vi sarà una netta diminuzione dei contributi comunitari, ad esempio nel settore agricolo, per quegli Stati come il nostro che invece finora ne hanno beneficiato.

La soluzione degli squilibri derivanti dalla contrattazione tra i due blocchi sarà, in ogni caso, legata all’identità che l’Europa assumerà, alla effettiva delega di poteri agli organi nazionali ed alle politiche redistributive che essi sapranno attuare. 

Questo il lato economico del prossimo allargamento. 

Ma esistono anche delle motivazioni politiche che devono rappresentare per noi motivo di riflessione. 

Non è un segreto che la quasi totalità dei Paesi candidati ad entrare nell’Ue si siano distinti negli ultimi tempi per un eccesso di filo americanismo culminato nella piena condivisione di gran parte di questi Stati all’intervento angloamericano in Iraq (ricordiamo che la Polonia ha ad esempio assunto anche responsabilità di comando militare). Questo rafforzerebbe ulteriormente l’asse dei Paesi UE “troppo amici degli Usa”. Il ruolo dell’Italia allora sarà quello di rafforzare la sua posizione naturale nel bacino del Mediterraneo, ponte economico tra il Nord e il Sud del mondo e ponte geografico e culturale tra l’Est e l’Ovest.

In ogni caso, se l’ingresso dei Paesi dell’ex blocco sovietico, con tutte le sue problematiche politico-economiche, rappresenta comunque un naturale ricongiungimento all’Europa di Nazioni che culturalmente ne sono figlie, alcuni distinguo è il caso di porli nel momento in cui si paventa l’ingresso nell’Unione di Paesi come la Turchia o Israele, già ai margini geografici del Continente e con differenti radici culturali rispetto al percorso comune e all’idem sentire degli altri Stati membri.

Rispetto all’imminente ingresso nell’Ue di Croazia e Slovenia, un ruolo particolare compete all’Italia. Un’Europa veramente unita geograficamente, politicamente e storicamente non può permettersi di avere delle ferite ancora aperte, come quella esistente tra l’Italia da una parte e la Slovenia e la Croazia dall’altra. La restituzione o il risarcimento economico dei beni sequestrati a migliaia di italiani di Istria, Fiume e Dalmazia dal Governo Iugoslavo del Maresciallo Tito all’indomani del Trattato di Pace del 1947, deve rappresentare la “conditio sine qua non”, senza l’ottemperanza della quale l’Italia può e deve mettere in discussione l’ingresso di quei due Stati in Europa. 

Una ferita tra fratelli europei che deve essere sanata, cosi come deve esserlo anche il contrasto secolare in Irlanda del Nord. E’ oggi più che mai compito dell’Unione Europea intraprendere una forte iniziativa per rafforzare il processo di pace in quella regione d’Europa.

Le prospettive dell’allargamento, le tante tradizioni ma gli stessi valori fondanti, la volontà di intraprendere lo stesso cammino, dimostrano quanto in questi cinquant’anni sia stato fatto, ma anche quanto esistano oggi le condizioni politiche per fare meglio e di più.

Occorre costruire un’Unione che non sia il superamento delle sovranità nazionali, ma che ne rappresenti una loro armonizzazione. Pensiamo a un modello confederale in cui gli stati non perdano la loro identità né tanto meno la propria sovranità. Una sovranità il cui esercizio venga delegato in alcuni settori alle Istituzioni europee: è sempre più forte l’esigenza di una politica di difesa comune (Esercito europeo) e di posizioni unitarie nelle scelte di politica estera (Ministero degli Affari Esteri dell’Unione) che rendano credibili le politiche dell’Unione nel contesto internazionale (è giunto il momento di riformare anche l’Onu assegnando un seggio permanente all’Ue in seno al consiglio di Sicurezza). 

Allo stesso modo è necessario un intervento in materia di sicurezza interna all’Unione, il potenziamento della ricerca scientifica e tecnologica che ci permetta di ridurre il gap rispetto ad altre potenze in campi quali le telecomunicazioni, l’energia, la difesa dell’ambiente e l’agroalimentare; ma è anche necessaria una figura politica che sappia raccordare ed armonizzare le scelte dell’Unione rappresentando il volere dei cittadini (Presidente Europeo). Per non parlare poi della grave mancanza di un’effettiva armonizzazione delle diverse legislazioni nazionali che fa sentire il suo peso in tutti i Tribunali del continente.

Mettere mano a questo significa ripensare le istituzioni comunitarie. Occorre una riforma che avvicini i cittadini agli organi istituzionali dell’Unione così che questi possano finalmente divenire espressione reale di quel carattere democratico che vorrebbero rappresentare. 

Il Parlamento Europeo, unico organo dell’Unione eletto a suffragio universale diretto, ha oggi scarsissimi poteri legislativi (il più delle volte attuati con procedure che ne rendono ancora più gravosi gli atti) se confrontato con il potere di altri organi dell’Unione, come la Commissione o il Consiglio, non eletti dai cittadini ma composti da individui nominati dai Governi che nel caso dei membri della Commissione siedono addirittura a titolo individuale non rappresentando nemmeno l’interesse dello Stato che lo ha nominato (perché tali membri non vengono eletti dai cittadini in concomitanza con l'elezione dei deputati europei riservando al Parlamento Europeo l’elezione del Presidente della Commissione?).

Ci troviamo di fronte al paradosso di organi con funzione esecutiva (Consiglio) che si accampano pure il diritto di legiferare. Procedure più snelle per gli atti del Parlamento e degli altri organi (voto a maggioranza e non all’unanimità) o l’introduzione dell’istituto del referendum popolare obbligatorio, quando si tratta di decidere su questioni che modificano i poteri dei singoli Paesi, renderebbero più democratica la gestione dell’Unione.

E’ questo un deficit di democraticità che va corretto con forme di maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica dell’Unione Europea, per troppo tempo fondata sul dirigismo burocratico e sulla tecnocrazia oligarchica.

I cittadini hanno bisogno di sentirsi parte viva di un’Unione che per lungo tempo hanno visto con diffidenza, hanno la necessità di essere coinvolti in quelle scelte, finora prese da un moloc burocratico, che sempre più riguardano aspetti quotidiani della loro esistenza. 

La politica della Destra deve puntare a coniugare l’interesse nazionale con la logica europea, deve portare l’identità nazionale su un piano continentale: l’Europa delle mille Cattedrali e dei mille Atenei, l’Europa delle tradizioni e delle culture, insomma l’Europa deve ritrovare l’orgoglio di essere se stessa.

In tal senso la Convenzione europea (composta da 16 deputati europei, dai 15 rappresentanti dei Capi di Stato o di Governo dei Paesi membri, da 30 membri dei Parlamenti nazionali e da 2 rappresentanti della Commissione) rappresenta un’occasione storica per imprimere nell’animo dell’Unione tutto questo. 

Si tratta di concretizzare il progetto di un’Europa capace di concertare un’ampia sovranità su alcune fondamentali materie senza mettere in discussione l’essenza degli Stati nazionali. La Costituzione europea che questa Convenzione avrà il compito di scrivere, costituisce la premessa indispensabile per realizzare l’armonizzazione dei Trattati e soprattutto il necessario avvicinamento degli europei alle istituzioni comunitarie. La possibilità di codificare i principi fondamentali, di sottolineare il valore delle differenti culture e identità magari sancendo per iscritto anche il giorno in cui festeggiare nella data simbolo del 9 Novembre il ricongiungimento dei popoli europei, significa creare le fondamenta di un nuovo percorso comune che l’Unione ha il dovere di tracciare in questo XXI secolo.



Conclusioni

“RIV CONS” CONTRO “NEO CONS”:
UN’ALTERNATIVA EUROPEA
AL MONDO AD UNA DIMENSIONE

Tutti questi aspetti danno il senso della necessità di costruire nel breve e medio periodo un’alternativa europea ad un mondo che si va prefigurando ad una dimensione.

Le élites culturali neoconservatrici americane hanno ben delineato la strategia di ulteriore affermazione degli interessi a stelle e strisce su scala globale.

L’Europa deve acquisire consapevolezza dei suoi interessi più profondi e delle sue potenzialità di affermazione, superando quella sindrome di nanismo politico che ha ridotto importanti prese di posizione a qualcosa di simile a capricci di un alleato un po’ bizzoso.

Questa consapevolezza si acquisisce soltanto attraverso l’affermazione di un modello culturale improntato alla Rivoluzione Conservatrice, ovvero alla socializzazione presso il più vasto pubblico dei valori più alti e più nobili della tradizione europea.

Soltanto un’Europa che riscopra le proprie radici e valorizzi le specificità nazionali, che superi il complesso di inferiorità, che abbia il coraggio di spendersi per l’affermazione di sé stessa e degli interessi dei suoi popoli, che abbia l’ambizione di pensare e di comportarsi da superpotenza… soltanto questa Europa sarà in grado di riequilibrare lo scenario internazionale e di essere fattore indispensabile di pace nella giustizia.

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